Questo sito utilizza cookie e tecnologie simili

Ho tanto tempo per farlo, io…

Scarica questo articolo come e-bookScarica questo articolo come e-book

Non ho resistito e alla fine lo sto facendo. Questa non è pubblicità, non è niente di più di quello che leggerete. Non ci metto nemmeno un’immagine, a cosa servirebbe?

Era l’estate del 2013, ero in spiaggia con mia moglie e mio figlio, a fine serata. Accanto a noi, forse una cinquantina di metri, c’era un gruppo di persone. Una famiglia composta da una coppia con una piccola bimba, e altre persone che potevano essere i parenti di lei, di lui, o di entrambi. Non saprei, ho il vizio di scendere in spiaggia senza occhiali. Però le orecchie le porto di solito, e sentivo la voce di quel gruppo di persone, in particolare sentivo le voci di quello che doveva essere il padre.

Perché a distanza di dodici mesi mi ricordo quella scena? Lo so io perché. Lo so io e ve lo sto dicendo. Non c’è fretta. Anzi, vi dimostrerò che questa frase, “non c’è fretta“, non ha alcun senso.

Dicevo di questo padre. Una bambina di forse nemmeno un anno, anzi, ora so che non aveva nemmeno un anno. Pochi mesi. La felicità di un uomo con sua figlia in braccio. E la voce. Quella voce non aveva niente di particolare, era una voce come tante. Pensate che un mio amico, quando ero adolescente, aveva quella stessa voce. Era quello che ci portava in giro con la macchina, quando lui ce l’aveva e tutti noi ancora no. Era quello buono, quello che non faceva del male a nessuno, quello che raramente vedevi accigliato. Era l’amico giusto. Era Giusto.

Questo era il suo nome, e quella era la sua voce. Io l’ho riconosciuta subito, credo, e sono rimasto lì come un cane che annusa l’aria in attesa del momento propizio per scattare e seguire la traccia. Ero indeciso, sono rimasto così fino a che, qualche minuto dopo, non si sono messi a raccogliere le loro cose per tornare in macchina. Dovevano tornare in paese, io stavo lì, in una casa duecento metri più su. La stessa da dove ora scrivo.

Mentre seguivo le evoluzioni di quel gruppo per portare tutto in macchina senza fare troppi viaggi, pensavo “Ma dai, lasciamolo in pace, se sono venuti qui torneranno. Questa è la spiaggia per i bambini, porteranno la piccola qua altre volte e mi avvicinerò“. Lo pensavo, cercavo le parole per avvicinarmi a Giusto, chiedergli cosa stesse combinando dopo più di dieci anni che non ci vedevamo, conoscere sua moglie, presentargli la mia, mostrarci orgogliosi i nostri figli. “C’è tempo, c’è tanto tempo. Se sono venuti qui torneranno“.

Ecco, due giorni dopo, forse tre, mi torna in mente quella cosa. Giusto non è tornato, ho pensato che magari erano di passaggio, mi son messo l’anima in pace. Vado a contattarlo su Facebook, era già un mio contatto ma non avevo mai indagato la sua vita degli ultimi anni. Non lo faccio mai, non sono così curioso.

Leggo che fa il personal trainer, credo che fosse uno dei suoi sogni da quando ha cominciato ad andare in palestra a Villacidro. Vedo che lo fa in Argentina, o così intuisco. Vedo che è sposato, e che è tornato in Italia per far conoscere la figlia ai suoi parenti. Bello, la conoscerò anche io, c’è tempo a quanto pare.

Poi leggo la sua bacheca per capire cosa sta facendo e… preghiere, incitazioni a farsi forza, parole tristi scritte dalla moglie e dagli amici. Ci impiego un po’ a mettere assieme le cose, le informazioni, qualche contatto comune mi viene incontro. Un incidente domestico, Giusto è in coma.

Da quel giorno non riesco a togliermi dalla mente l’occasione persa, l’ultima che mi sarebbe mai più capitata, in quel fine serata di agosto 2013. Quando l’indecisione l’ha fatta da padrona e mi ha fermato. Quando la pigrizia mi ha inchiodato sul mio asciugamano a parlare con mia moglie e guardare il mio amico a 50 metri da me.

Giusto è andato via per sempre da Villacidro, ma anche dall’Argentina, tre giorni fa. Non ce l’ha fatta dopo un anno di speranze. Ho seguito sporadicamente il suo profilo sperando di trovare traccia di qualche buona notizia, invece ho trovato solo ciò che non avrei mai voluto leggere.

Non credo nei funerali, non sono andato al suo. Quello non sarebbe stato davvero un estremo saluto. Mi vergogno per non averlo fatto quando ne ho avuto l’occasione, quando avrei potuto parlare proprio con lui e non con la sua bara di legno. Ho perso un’occasione.

Già, perché io il tempo ce l’ho ancora, avevo ragione a fare questa considerazione. Ma non avevo capito che era lui, Giusto, quello che non ne avrebbe più avuto.

Un caro saluto a un amico, di quelli che conoscevo di persona, anche se l’avevo perso di vista. Dicono che fare gli auguri in anticipo porti male. Il 19 agosto avresti compiuto 41 anni.

Beh, auguri, tanto dove sei o non sei ora, non conta più nulla.

Scarica questo articolo come e-bookScarica questo articolo come e-book

2 Comments Showing 50 most recent
  1. LFK Post author

    Lo sappiamo, lo so… ma solo quando ci sbattiamo il muso lo capiamo veramente…

  2. sedcetta

    Il tempo è sempre una misura astratta e relativa, e questo lo sappiamo. Mi ha commossa questo tuo saluto.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: