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Il dolore degli altri fatelo diventare anche vostro

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Oggi è un giorno qualunque. Vi siete svegliati come sempre, avrete baciato vostra moglie o vostro marito, magari il gatto. Insomma, una giornata iniziata come tante volte avete fatto. Che sia una bella giornata o meno forse l’avrete capito subito, o ci avete messo qualche minuto, qualche ora. Magari ve la siete presa per il tizio che non è partito subito al semaforo e vi ha fatto prendere un altro rosso, perdendo così cinque preziosissimi minuti della vostra vita. Gli avrete mandato decine di maledizioni senza sapere il perché di quel ritardo, senza sapere per quale motivo era distratto. Dai, non giriamoci intorno, una giornata che forse è di merda o forse no, a volte per un insignificante particolare che però la rovina. E riversate la vostra delusione, la rabbia, la seccatura sui social appena arrivate dove stavate andando, o magari proprio in tempo reale, in diretta, dato che oggi con gli smartphone si può fare anche quello. Per voi è una giornata così, va bene.

La mia è diversa. Sono ben ventiquattro ore che non so se scrivere questo articolo oppure no. Non so come strutturarlo, non so se svelare cosa c’è dietro o tenermi gran parte dell’antefatto per me. Non lo so perché è difficile da spiegare senza cadere nella banalità, nel patetico. Alla fine ho deciso di scriverlo, perché in fondo è una cosa che non voglio dimenticare.

il dolore dell'anima

Ieri notte ho fatto un sogno. No, nessuna citazione di Martin Luther King. Il mio sogno era diverso dal suo. C’ero io e parlavo con una donna che non c’è più, è un angelo ora. Ero io e non ero io, perché la donna sembrava conoscermi bene, troppo bene per quanto io abbia conosciuto lei, che sapeva di me solo tramite suo marito, mio caro amico. Era lì, in una posto che mi dava l’impressione di essere una stazione. Stava in piedi di fronte a una panchina in legno, sotto una pensilina in plexiglas semitrasparente. Intorno a noi c’erano (non passavano, c’erano proprio) persone che io non conoscevo, forse nemmeno lei perché non le interessava la loro presenza. E mi parlava, diceva sempre le stesse cose.

«Sto bene» mi diceva «So cosa succederà e non devi preoccuparti».

Lei era tranquilla, nessuna sofferenza sembrava affiorare dalle sue espressioni. Anzi, sembrava quasi che avesse ritrovato la forma di meno di un anno fa, quando le foto ancora rendevano omaggio alla sua freschezza. Io alle sue parole venivo colto da un’angoscia profonda, ogni volta che tentava di rincuorarmi mi veniva da piangere e, pur cercando di trattenere, piangevo. Un pianto che però non mi lasciava sfogare, qualcosa che mi svuotava sempre più, procurandomi un male quasi fisico là dove forse riposa l’anima, appesantendomi il petto. E mentre io piangevo, lei sorrideva. E più piangevo, più lei cercava di rasserenarmi, ma più lo faceva, più piangevo.

Poi, come capita alla fine dei sogni ma non nei film, mi sono svegliato senza titoli di coda, senza sigla e con quel senso di pesantezza che mi è rimasto. Mi sembra di aver provato la tristezza che non mi apparteneva, di aver fatto da tramite con il mio corpo della tristezza altrui, di aver occupato abusivamente il corpo che non era il mio, e di aver pagato l’affitto con il dolore, il suo dolore.

Il mio amico, al quale erano rivolte le rassicurazioni della moglie, lo sta vivendo dentro quel dolore. È lui che ha perso la compagna della vita, è lui che si sente smarrito e sta lottando con la vita e ciò che gli ha riservato. Eppure l’ho provato, anche se solo per qualche istante, ho sentito il dolore o una sua minima parte. L’impotenza di fronte agli ultimi mesi, nemmeno un anno, in cui qualcosa ha strappato lei a lui. Io l’ho sentito e le mie parole, seppur sincere, dette nei giorni scorsi hanno perso peso, mi sono risuonate di quel vuoto che non c’era. Ho compreso solo ieri notte l’ampiezza del dolore che lo sta consumando. E quel peso sul cuore mi ha fatto pensare, in un collegamento inconscio, a lui. E ieri mattina la prima domanda che gli ho fatto era per sapere se andava tutto bene. Domanda stupida, in un momento come questo, ma ero preoccupato, forse senza un motivo vero.

Ecco. Io credo che il dispiacere per quello che è successo, vissuto da me solo indirettamente tramite le sue parole (siamo molto lontani, dato che lui è lombardo), si sia in qualche modo fatto spazio in me, per una forma di empatia in cui non avrei mai creduto, se non fosse successo. Mi ha fatto e mi sta facendo ancora male con i suoi echi, e credo proprio che mi resterà qua, da qualche parte in un angolo remoto della mia vita. Più di altri dolori vissuti direttamente.

Sono convinto che in questo tempo, in cui sembra che l’egoismo e l’egocentrismo stiano diventando sempre più i sentimenti predominanti, provare un po’ del dolore altrui possa fare solo bene. Possa riportare l’essere umano a una dimensione più collettiva e meno individualista. Siamo animali da branco, dobbiamo ricordarcelo sempre, anche quando pensiamo solo a noi stessi. Perché da soli non valiamo niente, siamo forti nel confronto, nello stare assieme, nell’aiutare senza pretendere d’essere ricambiati.

Non so il perché di questo articolo, ve l’ho detto all’inizio. Di messaggi come il mio è pieno il web, di situazioni come quella che ho descritto, il mondo. Eppure l’ho scritto.

11 febbraio 2014, addio Angela.

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8 Comments Showing 50 most recent
  1. LFK Post author

    Io cerco di evitare quella degli altri, quello sì. 😉

  2. Luciana

    Io non sempre. Cerco di evitare l’implosione. 🙂

  3. LFK Post author

    Io l’ho sempre considerata una cosa più formale che altro, perché per come sono fatto io la voce amica mi distrae e basta, ma non mi dà altro. Diciamo che sono molto egoista, mi tengo tutto il dolore dentro. 🙂

  4. Luciana

    Una voce amica può salvarti la vita, quando sei nel gorgo della disperazione più nera: accettare l’inaccettabile a volte è processo lungo e sempre doloroso. E qualcuno non ne esce mai. In ogni caso non del tutto.

  5. LFK Post author

    Anche a me capita, ma io Angela non l’ho conosciuta davvero. Me ne parlava suo marito, mio grande amico. E in questi ultimi mesi ho assorbito la sua disperazione, rimanendo spiazzato quanto lui quando purtroppo non ce l’ha fatta. Una cosa che mi ha colpito molto, mi ha ferito e mi ha spaventato. Lo sapevo, ma mai come in questo momento mi rendo conto che una voce amica serve, serve sempre.

  6. Mario Borghi

    Quella di esterna(lizz)are (o come caspita si dice) è una cosa che prende spesso anche me. on lo faccio, fatte salve rarissime occasioni. Spesso sogno gente che non c’è più e questo pezzo ha reso perfettamente l’idea. Di tutto.

  7. LFK Post author

    Sì, è vero. Ma forse è meglio non allontanarli, anche quelli servono in fondo.

  8. Luciana

    Non importa che il web sia pieno di “materiale” simile. Ogni storia è una storia a sé. E questa è la tua esperienza. Unica, e quindi assoluta. Custodiscila. Credo sia un segno per “restare umani” e condividere, compatire, nel senso di patire insieme un dolore e uno smarrimento che ci accomunano, anche se li teniamo distanti. Li scacciamo, di norma, per sopravvivere più confortevolmente. I nostri fantasmi a volte ci inquietano…

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